DURATA DEL DIGIUNO

Di più non vuol dire meglio

durata del digiuno

Negli ultimi anni il metodo del digiuno si sta diffondendo a macchia d’olio e compaiono dicontinuo così tanti e nuovi schemi che un principiante può esserne disorientato. Come scegliere dunque quale schema adottare?

Prima di tutto è necessario stabilire il nostro obiettivo. Se lo scopo è quello di prevenire le malattie e rafforzare il nostro organismo, allora risultati soddisfacenti potrebbero essere raggiunti con un digiuno di un giorno alla settimana, preferibilmente senz’acqua (Igor Chorošilov). Ampia diffusione e buoni riscontri hanno avuto il digiuno intermittente 16/8 e l’OMAD (acronimo per “one meal a day”, ovvero “un pasto al giorno”), che concedono riposo giornaliero al tratto digerente e aiutano a tenere il peso sotto controllo. Altrettanto utile è un digiuno idrico di tre giorni che, come è risultato, aiuta ad elevare il tono e la capacità di una persona sana a sopportare il carico fisico (Tumir Kustarev). Tali schemi, che prevedono brevi periodiche astinenze dal cibo, sono sicuri, seguono protocolli semplici e noti e non richiedono il rispetto di specifiche regole in entrata e uscita dal digiuno.

Ma se vogliamo usare il digiuno come una terapia che ci aiuti a far fronte a una malattia cronica, allora si deve scegliere un periodo di digiuno prolungato. Questo caso richiede un approccio più serio e il rispetto di alcune regole, e la durata dell’astinenza dal cibo è determinante. A volte, nei digiuni “fai da te”, i pazienti seguono il principio “quanto più a lungo, tanto meglio” e con ciò sottopongono il proprio corpo a inutili prove di resistenza. Una persona in salute sarà probabilmente in grado di sostenere un digiuno idrico di 30-40 giorni senza conseguenze indesiderate, ma è davvero necessario agire in questo modo? E a cosa serve? Su questo ci soffermeremo più in dettaglio ma, prima di tutto, facciamo una precisazione importante.

Importante: per ragioni di sicurezza un digiuno terapeutico prolungato non deve essere fatto in autonomia, senza la supervisione di uno specialista. Ciò è sconsigliato anche dai medici che sostengono con forte convinzione questo metodo. Tuttavia, non esiste un’opinione unica sui limiti di durata di una pratica di digiuno in un contesto domestico.
Indicheremo i punti di vista opposti di due esperti specialisti russi.
Il famoso scienziato nutrizionista Igor Chorošilov (divenuto molto popolare per aver condotto, nel 1994, su commissione del Ministero della Salute della Russia, il primo e unico esperimento scientifico di digiuno secco della durata di tre giorni su pazienti volontari) raccomanda di farsi seguire da un medico se il digiuno idrico è superiore a 3 giorni. Per il digiuno secco in ambiente domestico Chorošilov ritiene ottimale il termine di 1 giorno (36 ore). Altra opinione a riguardo è espressa dal dottor Sergej Filonov nel suo libro Digiuno secco. Gli ultimi sviluppi della digiunoterapia in Russia, da noi recentemente pubblicato in traduzione italiana. Se non vi sono patologie, ritiene Filonov, la durata di un
digiuno secco in ambiente domestico può essere protratta fino a un massimo di 5 giorni.
A nostro avviso, questa differenza nelle loro indicazioni deriva dal diverso approccio dei due medici al livello del rischio accettabile.

La supervisione di un medico in caso di digiuno prolungato è necessaria per almeno due motivi. Il primo motivo è che il processo terapeutico (tanto nel digiuno idrico quanto in quello secco) va spesso incontro a una fase di recrudescenza di malattie croniche, per esempio il verificarsi di coliche renali. In casi simili è necessario valutare la gravità della situazione ed è il medico che deve decidere se proseguire o sospendere il ciclo della terapia. Il secondo motivo è la necessità di stabilire correttamente la durata della procedura di uscita dal digiuno, che è individuale per ciascun paziente. L’esperienza medica illustrata qui di seguito dimostra che l’effetto terapeutico non sempre aumenta in misura della durata del digiuno. A volte è opportuno limitarsi a periodi di tempo relativamente brevi.

Nell’Unione Sovietica dagli anni ‘60 del secolo scorso, in seguito agli efficaci risultati conseguiti da Jurij Nikolaev nel suo lavoro su pazienti affetti da malattie neuropsichiatriche, il metodo del digiuno terapeutico fu ampiamente introdotto nella pratica clinica e applicato da medici delle più disparate specializzazioni: psichiatri, pneumologi, gastroenterologi, cardiologi, dermatologi, ematologi. I risultati da essi raggiunti confermarono una norma già scoperta per la
prima volta da Franz Xaver Mayr all’inizio del secolo scorso: durante il digiuno il paziente attraversa tre fasi, ma l’effetto terapeutico dipende da quale fase egli avesse raggiunto al momento dell’uscita dal digiuno. Per prendere una decisione sull’uscita dal digiuno è importante valutare non quanti giorni il paziente abbia già trascorso senza assumere cibo, ma
quale fase egli abbia raggiunto.

Jurij Nikolaev ha descritto dettagliatamente la dinamica dei segni clinici che si manifestano durante il digiuno (1973). In base a questi indizi i medici possono determinare a che stadio è giunto il paziente e quando concludere la terapia. Inoltre, un paziente preparato al digiuno può determinarlo da sé. In base all’esperienza di Ju. Nikolaev, per ottenere un effetto terapeutico è fortemente auspicabile attendere il completamento della terza fase, l’ultima.
Ulteriori prosecuzioni del digiuno non solo ne vanificano l’importanza terapeutica ma rappresentano una minaccia per la vita, poiché il corpo inizia a consumare tessuti e organi d’importanza vitale. Quali sono le fasi del digiuno, e come si presentano?

Le fasi del digiuno

Prima fase (fase del riflesso o eccitazione alimentare). In questa fase, che abitualmente dura dai 2 ai 4 giorni, i pazienti vengono irritati da qualsiasi cosa si colleghi al cibo: la vista, l’odore, i discorsi sul mangiare, il rumore di stoviglie etc. Queste sollecitazioni provocano
salivazione, borborigmi, sensazione di languore. In alcuni pazienti si rileva un generale rilassamento, un aumento dei riflessi tendinei. Il sonno peggiora, aumenta l’irritabilità, l’umore è cattivo.
Il peso corporeo diminuisce velocemente (fino a 1 kg al giorno); la sete è di solito limitata, i pazienti bevono poco (300-500 g.). Nonostante questo, la diuresi aumenta.

L’eliminazione di feci con enteroclisma è abbastanza significativa. Le feci contengono resti di pasti precedenti ed hanno l’usuale colore e odore.
La pressione arteriosa nella maggior parte dei pazienti non subisce variazioni. Il polso diventa leggermente più frequente (da 5-10 battiti al minuto) e instabile, anche il respiro si altera.

Seconda fase (fase di aumento dell’acidosi). Tra il terzo e il quinto giorno di astinenza da cibo la sensazione di fame di solito diminuisce, talvolta scomparendo completamente. L’odore o la vista del cibo smettono di provocare i pazienti, mentre di solito aumenta la sete. La maggior parte dei pazienti manifesta fenomeni di crescente rallentamento psicomotorio. A volte, specialmente al mattino, alcuni pazienti lamentano dolore o giramento di testa, nausea, sensazione di debolezza. Questi episodi, tuttavia, diminuiscono significativamente o scompaiono del tutto dopo una passeggiata, facendo movimento all’aria aperta o bevendo acqua alcalina.

Ad un esame somatico si evidenziano nei pazienti la comparsa di una patina bianca o grigiastra sulla lingua, secchezza della lingua e delle labbra, muco sui denti, odore di acetone in bocca, secchezza e pallore dello strato superiore della pelle. L’addome diventa più asciutto, si rilevano bene al tatto le anse intestinali. I pazienti notano una diminuzione o la scomparsa del senso di languore e dei gorgoglii addominali (borborigmi). Il polso diviene meno frequente, lentamente e gradualmente si abbassa la pressione sanguigna. Il respiro diviene più profondo e lento, nei polmoni si rafforza la respirazione vescicolare. Si riscontra un leggero restringimento delle pupille. In alcuni pazienti si osserva un certo esacerbarsi dei sintomi di malattie croniche concomitanti allo stato latente. Ad esempio, nei pazienti che soffrono di colecisti possono comparire dolore nella regione della cistifellea e un leggero ittero; chi soffre di reumatismi
potrà avere dolore alle articolazioni, i malati di bronchite produrranno maggiore quantità di muco.

La perdita di peso giornaliera diminuisce rapidamente, stabilizzandosi sui 300-500 grammi. Le feci provocate dall’enteroclisma diminuiscono per quantità e si presentano come grumi scuri, piccoli come noccioline, quasi inodori. Sono costituite da resti di alimenti, pigmenti biliari, muco e residui di mucosa intestinale, batteri.
La densità dell’urina aumenta ulteriormente (fino a 1025-1030 g.), vi compaiono muco e una grande quantità di sali, aumenta il numero dei globuli bianchi.
Alcuni cambiamenti non vengono rilevati dall’analisi chimica del sangue. Dagli esami biomeccanici si nota un aumento dell’acetone nelle urine, diminuzione della glicemia (in percentuale da 105-98 a 80-65 mg % ), calo della riserva alcalina (49-62 a 28-45 del volume %), aumento dell’azoto ammoniacale nelle urine ( da 0,6-0,9 a 1,0-1,5 mg percentuali) stante una diminuzione della quantità generale di azoto nell’urina.
Tutti i fenomeni descritti, caratteristici della seconda fase, nei diversi pazienti si manifestano gradualmente e con intensità diversa entro il settimo-decimo giorno di digiuno, dopodiché lo stato critico dei pazienti cambia piuttosto rapidamente e – potremmo dire – in modo deciso: è l’ingresso nella terza fase.

Terza fase (fase di adattamento). A volte nel corso di una giornata o addirittura di alcune ore, più spesso di notte, lo stato dei pazienti subisce una brusca svolta: è la cosiddetta “crisi acidotica”. Si percepisce un significativo miglioramento del benessere generale, diminuisce o scompare del tutto la sensazione di debolezza, ci si sente più vigorosi, l’umore migliora, scompaiono le varie spiacevoli sensazioni avvertite dal corpo, così come le manifestazioni di malattie concomitanti precedentemente esacerbatesi. In alcuni pazienti questo miglioramento avviene a ondate: gli intervalli di benessere all’inizio sono più brevi, ma diventano in seguito sempre più lunghi. Da questo momento la lingua comincia a ripulirsi dalla patina, prima sulla punta e i lati, poi al centro.

Il colore dell’incarnato migliora, scompare il pallore, a volte le gote divengono rosee. Al tempo stesso scompare l’odore dalla bocca e dalla pelle, la sudorazione diminuisce.

La diuresi aumenta leggermente, ma la densità dell’urina diminuisce di nuovo, così come diminuisce la quantità di sali, muco e leucociti. Lo strato grasso sottocutaneo si riduce e si osserva una perdita significativa di peso complessiva. L’addome è già più asciutto e, di regola, non causa dolore alla palpazione, il fegato e la milza non si sentono al tatto, non si avverte la peristalsi dell’intestino.

L’osservazione delle secrezioni gastriche denota un significativo aumento spontaneo delle stesse.
Il battito cardiaco nella maggior parte dei pazienti diviene più sonoro, il polso più lento.
L’elettrocardiogramma nella maggior parte dei pazienti rivela solo un’ininfluente bradicardia sinusale ed è quindi solo leggermente inferiore al limite normale dei 60 battiti al minuto.

La perdita di peso giornaliera è minima, attorno ai 100-200 grammi.
Nelle analisi cliniche del sangue in alcuni pazienti si nota un ininfluente calo dei globuli bianchi (di 500-600, rispetto al livello iniziale).
Le analisi biochimiche evidenziano: un aumento del contenuto di glicemia nel sangue fino a 90-100 mg %; un aumento della riserva alcalina fino al 40-50% vol.; la diminuzione o la completa scomparsa di acetone e l’aumento di azoto ammoniacale nelle urine; la diminuzione dell’acidità delle urine.

La condizione psichica dei pazienti di solito migliora significativamente, l’umore si risolleva, scompare l’inquietudine.

La durata di questa fase è soggetta a variazioni individuali e dipende dallo stato generale di reattività del paziente, dalla corporatura, dalle condizioni del sistema cardio-vascolare, dallo stato mentale e via dicendo. Questa fase si conclude con la comparsa di un forte appetito, il che nella maggior parte dei casi avviene tra i venti e trenta giorni dall’astinenza dal cibo. La lingua è completamente priva di patina, diventa rossa e umida.

A questo punto i pazienti possono di nuovo avere qualche problema col sonno, molti possono fare sogni pieni di cibi gustosi, risvegliandosi al mattino con il cuscino bagnato di saliva.
Ricompare una certa irritabilità, un crescente senso di debolezza. Inoltre, spessissimo nei pazienti si nota una lieve accelerazione del polso e un leggero aumento della pressione arteriosa, tanto della massima, quanto della minima (di 10-15 mm nella colonnina del mercurio). Nel sangue la glicemia diminuisce da 72-80 a 68-71 mg su 100 ml.

I segnali clinici del completamento del processo di digiuno terapeutico sono: la comparsa di appetito e il colorito roseo del viso, la lingua priva di patina, la scomparsa dell’alito cattivo e la quasi totale cessazione di materia fecale da clistere.

A partire da questo momento i pazienti possono passare alla dieta di rialimentazione.

Crisi acidotica

La crisi acidotica sopra descritta riflette l’adattabilità dell’organismo all’alimentazione interna (endogena). Secondo Ju. Nikolaev ciò dà inizio alla sintesi del glicogeno dal grasso, che non è propria dell’essere umano in un normale regime alimentare poiché di solito i carboidrati penetrano attraverso gli alimenti in quantità sufficiente. Col formarsi del glicogeno l’ossidazione del grasso avviene in modo più completo e questo porta ad una diminuzione dell’acidosi e, come conseguenza, ad un miglioramento del proprio benessere.

I medici russi seguaci di Jurij Nikolaev attribuiscono grande importanza alla crisi acidotica ritenendola condizione necessaria al conseguimento dell’effetto terapeutico. Lo stesso Jurij Nikolaev raccomandava non solo di attraversare la crisi acidotica, ma di completare la terza fase del digiuno. Tuttavia, egli scrive che a volte, per una serie di circostanze, è necessario interrompere il digiuno e iniziare l’alimentazione del paziente prima del completamento della terza fase. Questo non esclude la possibilità di un risultato terapeutico efficace, a condizione però che si sia attraversata la crisi acidotica.

I processi che si verificano nell’organismo durante il digiuno sono stati compresi da molto tempo, ma non fino in fondo. Probabilmente è per questo che non siamo riusciti a trovare nella letteratura scientifica argomentazioni sufficienti a spiegare perché l’effetto terapeutico sia legato al passaggio del paziente attraverso la crisi acidotica. Ad oggi dobbiamo accontentarci del fatto che tale stretta connessione sia confermata dall’esperienza di medici di diversa specializzazione, che hanno adottato il digiuno come terapia.

Spesso e per diverse ragioni i medici si pongono l’obiettivo di ridurre la durata del ciclo di digiuno mantenendone però l’azione terapeutica. Per esempio, nella cura dell’asma è stato rilevato (I. Beljaeva, 1992), che aumentando la durata dell’astinenza da cibo nei pazienti asmatici si innescano effetti collaterali (debolezza, ritmo cardiaco irregolare, capogiri) e si rischia lo sviluppo di un’infezione da virus acuta. Per questo il ciclo di digiuno per questa tipologia di pazienti è limitato a 14 giorni.

Nella cura dell’obesità costituzionale è stato scoperto (G. Dorochov, 1996) che periodi prolungati di digiuno portano a un peggioramento dei marcatori immunologici: tra gli altri diminuiscono la quantità di linfociti T e la concentrazione del componente 3 del complemento
(C 3) nel siero ematico. Pertanto, in questo caso il ciclo del digiuno è limitato a 14 giorni e, in caso di malattie concomitanti degli organi interni, a 8-9 giorni.

Ma in tutti i casi, persino nell’intento di ridurre al massimo i periodi di digiuno, i ricercatori hanno ritenuto il passaggio della crisi acidotica condizione sine qua non per raggiungere l’effetto terapeutico. Uno dei mezzi per ridurre il periodo di trattamento è il digiuno secco. Questo tipo di digiuno accelera la comparsa della crisi acidotica, che si verifica già tra il secondo e il quarto giorno e non tra il sesto e il nono, come avviene nel digiuno idrico.
Il metodo di digiuno combinato, che consiste in tre giorni di digiuno secco e un periodo successivo di 10-14 giorni di digiuno idrico, è stato diffuso da vari medici russi (I. Chorošilov 1994, S. Osinin 1994, S. Filonov 1999, G. Dorochov 1996, T. Demičeva 1994).

Indicatori della crisi acidotica

La crisi acidotica non si manifesta sempre in modo chiaro, per cui per determinare il momento del suo arrivo si possono usare i seguenti indicatori (a completamento dei segnali clinici di cui sopra): velocità di perdita del peso corporeo, acidità delle urine e concentrazione di acetone nell’espirazione.

1. Diminuzione del peso corporeo
Dopo la crisi acidotica il corpo inizia a utilizzare con grande parsimonia le proprie risorse.
Se nei primi giorni di digiuno il calo del peso corporeo è di circa 1 kg al giorno, dopo la crisi la velocità della perdita di peso rallenta bruscamente (cfr. Tab. 1a). Il giorno in cui si raggiunge la crisi può essere determinato dallo scarto di livello nel grafico.

digiuno-crisi-acidotica

Dis. 1a e 1b – Variazione dell’acidità delle urine e velocità del calo della massa corporea
durante il digiuno idrico (principali dati caratteristici di uno dei pazienti). In questo caso la crisi
acidotica è stata raggiunta il settimo giorno.
(Fonte: M.B. Ašichmina, Sistema automatizzato di supporto alle scelte mediche nella terapia del
digiuno sulla base del metodo Nakatan, Estratto dalla tesi di dottorato, San Pietroburgo 1998.)

2. Acidità delle urine
Prima della crisi acidotica il grado di acidità delle urine aumenta, mentre dopo la crisi comincia a diminuire. Il controllo del pH dell’urina con l’aiuto del test delle strisce che tutti conosciamo è un metodo rapido per stabilire il momento del verificarsi della crisi acidotica. (cfr. tab. 1b)
Oltre alle strisce che determinano il grado di acidità, si possono trovare in commercio strisce che indicano il livello dei chetoni nelle urine.

3. Anche dal cambiamento della concentrazione dell’acetone nell’aria espirata (cfr. Dis. 2) si può comprendere il momento del manifestarsi della crisi acidotica. Il livello massimo delle curve corrisponde al giorno di inizio della crisi acidotica.

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Dis. 2 Relazione tra la concentrazione di acetone nel condensato dell’aria espirata e la durata del periodo di digiunoterapia.
1 – Volontari con peso normale
2 – Pazienti in sovrappeso
3, 4 – Pazienti con peso nella norma
(Fonte: I.B. Beljaeva, valutazione clinica di laboratorio sull’efficacia di un ciclo breve di digiunoterapia nelle prime fasi dell’asma bronchiale. Estratto della tesi di dottorato, San Pietroburgo, 1992)

digiuno-chetoni-test

Sono di recente apparsi sul mercato alcuni strumenti che permettono di misurare autonomamente il livello dei chetoni nel proprio respiro. Dall’aspetto e dalla facilità del loro utilizzo assomigliano a quelli usati per l’alcol-test. Tuttavia, per ottenere dati affidabili ci vuole una certa esperienza.

Riassumendo: nel digiuno idrico prolungato è necessario osservare attentamente i propri segnali clinici e in base ad essi determinare in quale fase del digiuno ci si trovi. Si deve cercare di superare la crisi acidotica e, possibilmente, completare la terza fase del digiuno. In seguito, bisogna iniziare ad uscire dal digiuno. L’identificazione dei segnali di completamento della terza fase è molto importante poiché in caso non li si riconosca un ulteriore digiuno sarà non già terapeutico ma causa di malessere e in esso l’organismo comincerà a consumare organi di importanza vitale (P. Avrorov, V. Pašutin).

La crisi acidotica di solito si manifesta tra il secondo e il quarto giorno nel digiuno secco e tra il quinto e l’ottavo giorno nel digiuno idrico. La terza fase si conclude tra il settimo e il nono giorno nel digiuno secco e tra il ventesimo e il trentesimo giorno nel digiuno idrico. Questi termini sono molto individuali e dipendono dallo stato del paziente, dalla presenza o meno di patologie e persino da precedenti esperienze di digiuno: i digiunatori esperti raggiungono più velocemente la crisi acidotica. (Sergej Filonov, Digiuno secco. Gli ultimi sviluppi della digiunoterapia in Russia).

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